Proviamo ad analizzare la mobilità articolare, una delle qualità fisiche dell’ uomo, che spesso condiziona l’espressione delle altre: la forza, la resistenza e la velocità.

Non ho l’intenzione, perché impossibile in poche righe, di essere esaustivo visto che l’ argomento richiederebbe pagine su pagine.

Vorrei solo essere spunto per alcune riflessioni e/o eventualmente chiarire alcuni dubbi.

LA MOBILITA’ ARTICOLARE

Per definizione, capacità di due capi ossei di svolgere movimenti ampi  all’interno del ROM (range of motion) della loro articolazione in fisiologia. Cioè, senza causare danni alle strutture articolari.

 

LA FLESSIBILITA’

Termine spesso utilizzato come sinonimo, ma che a mio avviso definisce meglio la capacità di una serie di articolazioni adiacenti di “muoversi” liberamente, stirando quindi una catena muscolare e non un singolo muscolo. (continuerò a usare il termine muscolo o catena muscolare ma preferirei, perché più reale, parlare di unità o catena miofasciale.)

Se non esistono specifiche esigenze (ginnasti , ballerini) dove la flessibilità è assolutamente prioritaria per la realizzazione del gesto tecnico, e quindi viene ricercata una performance che è funzionale solo ed esclusivamente alla prestazione di gara della disciplina in questione e non sicuramente alla fisiologia, nel fitness l’importante è che ci sia libertà di movimento, cioè, che l’ articolazione possa gestire il suo ROM senza blocchi funzionali,  citando la fisioterapista francese MEZIERES, costituendo un sistema, insieme a tendini, legamenti, fascia e muscoli dove LA FUNZIONE GOVERNA LA STRUTTURA (sistema sano)

Sostanzialmente, questo dovrebbe essere l’obiettivo di ogni protocollo serio di gesti o posizioni atte a migliorare la flessibilità generale.

 

PRINCIPI  GENERALI

La mobilità di ogni articolazione è specifica, dipende dalla funzione anatomica che può essere prevalentemente di sostegno (maggior solidità) o di movimento (maggior mobilità).

Ogni individuo, per caratteristiche genetiche e morfologiche possiede una sua flessibilità, influenzata anche da età e sesso.  La temperatura, sia corporea che atmosferica può influenzare la flessibilità, favorendola quando è elevata.  Le diverse ore del giorno possono influenzare la flessibilità, diminuendola al mattino, probabilmente perché, di solito è il momento successivo a parecchie ore di immobilità.  (riposo notturno).  Negli sport, o comunque nelle situazioni dove occorre una flessibilità molto  elevata il continuo allenamento di questa qualità porterà inevitabilmente a una condizione di instabilità articolare e/o lassità legamentosa che, quando non più supportata da ottimale elasticità tissutale e  tono muscolare , sarà sicuramente causa di problematiche articolari  se non di vere e proprie patologie sviluppatesi nel tempo.

Tornando al fitness l’ equilibrio tra stabilità e flessibilità rimane il risultato da ricercare.

La flessibilità viene di solito classificata in:

DINAMICA  durante qualsiasi gesto motorio eseguito in forma più o meno ampia

STATICA durante il mantenimento di una determinata posizione e che si divide a sua volta in:

  • STATICA ATTIVA il rom ricercato è raggiunto e mantenuto grazie all’ azione dei muscoli agonisti
  • STATICA PASSIVA il rom ricercato è raggiunto e mantenuto  con ausili esterni, che possono essere l’aiuto di un partner, un attrezzo o  ad esempio la forza di gravità

Evidenti le differenze, pensate solo quanto incide la forza degli agonisti a parità di estensibilità degli antagonisti nella mobilità dinamica o in quella statica attiva rispetto a quella statica passiva.

 

RUOLO DELLA NEURO FISIOLOGIA NELL’ ALLUNGAMENTO MUSCOLARE

La delicatissima nonché precisa gestione dell’allungamento delle fibre muscolari , anche solo nel ciclo stiramento-accorciamento che accade durante ogni nostro movimento e che si riflette anche nel continuo equilibrio tra muscoli agonisti e antagonisti dipende da due RECETTORI  principali I FUSI NEUROMUSCOLARI e gli ORGANI TENDINEI DEL GOLGI che si trovano rispettivamente all’ interno del tessuto muscolare  (disposti parallelamente alle fibre) i primi, sui tendini e nelle giunzioni muscolo tendinee i secondi. Questi recettori percepiscono infinitesimali variazioni di lunghezza e tensione delle unità miofasciali, nonché la velocità alla quale accadono e, grazie ad alcuni riflessi nervosi le gestiscono al meglio, in particolare proteggendole da abnormi sollecitazioni in allungamento.

Se l’allungamento rilevato dai fusi  muscolari è troppo elevato o rapido il motoneurone riceve l’impulso di contrastare questo evento potenzialmente dannoso, e quindi scatta  una contrazione muscolare riflessa che prende il nome di RIFLESSO MIOTATICO.

Se la tensione diventa troppo elevata, gli organi tendinei del golgi inviano un impulso inibitore che evita ulteriore contrazione  facendo rilassare il muscolo. Questo  è IL RIFLESSO MIOTATICO INVERSO.

Quindi mentre il primo  gestisce eventuali eccessivi allungamenti dannosi, il secondo gestisce gli eccessi di contrazione.

L’ altro meccanismo neurofisiologico che ci interessa, è rappresentato DALLA INIBIZIONE RECIPROCA. L’attivazione di un muscolo, in questo caso agonista, determina inibizione e rilassamento del muscolo antagonista. E’ solamente applicando tutto ciò alla pratica , che si possono ottenere risultati apprezzabili e duraturi in fatto di flessibilità, da non confondere con il comunque positivo, semplice detensionamento miofibrillare raggiunto con i soliti 5’ stretching a fine allenamento.

In ogni Asana che esprimiamo abbiamo tante necessità da affinare e altrettante capacità che si attivano in modo autonomo, quindi l’importanza di uno dei nostri “pensieri”: La Conoscenza Migliora la Pratica risulta anche in questo caso molto importante.

 

Appunti di studio di Davide Lorini