Tesina biennale AnatomYoga®
Yoga come antitesi alla dipendenza
34
Capitoli
2
Ricoveri ospedalieri
4
Pratiche esperienziali
Il contesto
La dipendenza da alcol è una condizione che investe il corpo e la mente nella loro totalità, alterando la percezione propriocettiva, il controllo motorio, la regolazione emotiva e la capacità di scelta consapevole. Silvia affronta questo tema partendo dalla propria esperienza diretta di alcolismo, anoressia e dipendenza affettiva, costruendo un testo che è insieme testimonianza autobiografica, riflessione filosofica e analisi del rapporto strutturale tra la condizione di dipendenza e la pratica yoga.
La domanda di partenza
La tesina nasce dall'esigenza di comprendere perché lo yoga non possa essere una soluzione nella fase acuta della dipendenza, e tuttavia diventi uno strumento trasformativo decisivo nel percorso di guarigione. L'autrice descrive con lucidità clinica e narrativa i meccanismi del craving, l'incoercibilità dell'impulso, gli effetti dell'astinenza, il percorso attraverso due ricoveri ospedalieri e le sue ricadute. Il racconto è organizzato come un continuo confronto tra i gesti della dipendenza e quelli della pratica yogica, evidenziando similitudini apparenti e antitesi profonde.
L'approccio AnatomYoga®
La formazione biennale AnatomYoga® ha fornito a Silvia gli strumenti per rileggere il proprio vissuto attraverso categorie anatomiche, fisiologiche e filosofiche precise. La quadrupedia, da postura di collasso, diventa il luogo di ricostruzione degli appoggi e dell'ascolto propriocettivo. Śavāsana si trasforma in spazio di raccoglimento consapevole. Tāḍāsana, inizialmente praticato “messo lì così” durante le sessioni online dal reparto ospedaliero, acquista progressivamente la qualità di presenza incarnata che il metodo insegna a coltivare. Lo studio del prāṇāyāma, in particolare di ujjāyī, rappresenta il punto di svolta: la respirazione nasale consapevole, con la sua qualità di “ricevere l'aria e non conquistarla”, sostituisce gli schemi automatici e dispersivi che caratterizzavano la dipendenza.
Tradizione yogica e neurofisiologia del trauma
Il lavoro integra riferimenti a Patañjali (i cinque kleśa, i nove ostacoli alla pratica) e a Bessel van der Kolk (Il corpo accusa il colpo), mostrando la convergenza tra la descrizione yogica classica dei turbamenti mentali e la neurofisiologia del trauma. L'autrice rilegge i concetti di vairagya (distacco), Aparigraha (non accumulo) e svādhyāya (studio di sé) come principi operativi che hanno guidato concretamente il suo percorso di separazione dalla sostanza, dalle relazioni disfunzionali e dagli schemi di controllo ossessivo.
Il contributo
Il contributo più originale della tesina è la dimostrazione, attraverso l'esperienza vissuta, che lo yoga non può essere “appiccicato come una figurina” su un corpo in fase cronica di dipendenza, ma diventa efficace solo dopo un distacco netto, supportato da intervento medico e terapeutico. La pratica quotidiana, anche di soli quindici minuti, è descritta come il passaggio dalla coercizione della cura alla costanza della consapevolezza, che l'autrice identifica come “l'antitesi della dipendenza”.
