Quando, durante le mie lezioni di Yoga, sento dire dai miei allievi “ho male” oppure “sento dolore”, mi torna alla mente ciò che lessi tempo fa in un libro di Edward Bach, noto medico, omeopata e batteriologo inglese, che scriveva:
“La malattia e il dolore ad essa connesso risultano essere benefici e proficui perché, interpretandoli correttamente, possiamo essere in grado di trovare i nostri difetti essenziali”
In letteratura, il termine dolore viene invece definito così: “esperienza spiacevole, sensoriale ed emotiva, associata a un danno tissutale, reale o potenziale, o descritta in termini di tale danno” (Merskey, 1964; IASP, 1979).
La risposta che cerco di dare ai miei allievi è: “non è male: è lavoro, è tensione”. È un concetto difficile da far passare quando il “dolore” viene vissuto come qualcosa di negativo, estraneo a noi.
Secondo Bernardino Telesio, filosofo calabrese vissuto nel Cinquecento, il dolore aveva una funzione positiva e importante:
“Grazie al dolore gli esseri viventi possono accorgersi in anticipo dei momenti in cui il loro corpo corre il pericolo di essere distrutto”
Questa affermazione, fatta alcuni secoli fa, dovrebbe farci riflettere sul perché il dolore appare e su quanto sia importante comprenderlo, più che annullarlo.
Il nostro vivere quotidiano, incessante e senza pause, ci porta spesso a sopire i segnali che il corpo ci invia in vari modi:
- da un lato, fuggiamo ciò che potrebbe provocare dolore o fastidio;
- dall’altro, ricorriamo a soppressori (farmaci).
In entrambi i casi, non diamo modo al corpo di esprimere il proprio disagio.
Restando nel tema Yoga, questa riflessione è nata leggendo un articolo in cui si parla di una bambina americana, Ashlyn Blocker, che, a causa di una mutazione genetica, non sente il dolore, non percepisce nulla di fisico, e di quanto questo possa essere pericoloso per la sua incolumità.
È ovvio che il paragone tra il sentire “dolore” durante una pratica Yoga e il non sentirlo per una patologia sia molto forte, ma, a mio parere, è comunque fonte di riflessione.
Durante una pratica Yoga, sentire e percepire sono due requisiti fondamentali (se parliamo di Yoga, non di surrogati): poter avvertire che il corpo si risveglia e si riattiva è uno stimolo, e può sostenere un aumento significativo di fattori positivi, soprattutto fisiologici, per il nostro organismo.
Sentire un “dolore” nuovo non significa necessariamente che stiamo sbagliando pratica: può voler dire che il corpo sta inviando segnali che dobbiamo imparare a interpretare. Pensare di essere fortunati a poter sentire questo diventa più comprensibile se consideriamo un essere umano che ne è privo in modo assoluto.
Basta fermarsi e riflettere.

Al di là della riflessione sulla funzione positiva del dolore in quanto segnale e stimolo cognitivo, questo articolo mi suscita anche altri pensieri.
Mi fa pensare da un lato a come negli ultimi decenni (o forse secoli, non so) vi sia stata una progressiva “desensibilizzazione” del corpo umano, costretto sempre più in luoghi chiusi ed angusti, corpo divenuto quasi superfluo rispetto alle tecnologie che compiono il lavoro per noi (pensiamo al lavoro tipico di oggi, seduti di fronte ad un monitor o ad altri apparecchi tecnici).
Dall’altro lato, sappiamo invece come molte ricerche scientifiche nel campo delle psicologie e delle neuroscienze tendano oggi a sottolineare che non vi è vita psichica senza vita corporea; che nel corpo è registrato tutto il nostro passato, e che noi tendiamo inconsapevolmente a riprodurre atteggiamenti sedimentati e fissati, in un modo di respirare (o di non respirare), nelle posture e movenze, ecc. (questo Gaetano ce lo dici spesso anche tu).
Per cui giustamente nell’articolo citato sulla bimba ‘insensibile’, ci si chiede a quali conseguenze emotive/psicologiche potrà condurre tale incapacità di provare dolore fisico…
Giusta osservazione la tua Paolo, le nostre memorie, che in forma teorica sono quelle che ci dovrebbero dar modo di “vivere” meglio, spesso invece nella pratica ci si abbattono addosso come macigni.
Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo attraverso lo Yoga e la consapevolezza del nostro corpo, di ricrearne di nuove in modo che il corpo possa risollevarsi da questo torpore, mentre gli studi clinici sempre più attenti ci danno ogni giorno conferma del nostro fare.
E’ sempre carino leggere gli articoli di Ga e i commenti di Paolo! Grazie per gli spunti di riflessione che arrivano sempre. Credo che sia vera l’affermazione di Paolo che nel corpo è registrato tutto il nostro passato e credo che, spesso siamo vittime di disagi di ordine emotivo, psicilogici e/o fisici che provengono dalle generazioni precedenti. Forse mai come in questo periodo vi è stato questo grande fermento verso la ricerca interiore e la presa di coscienza e consapevolezza e costruzione del Senso di Sè. Ben vengano quindi i dolori se sono tendenti a renderci più consapevoli, ad orientarci verso la rimozione di disagi fisici ed emotivi e quindi a liberarci di qualche zavorra non più necessaria per i tempi e le generazioni a venire. Per stare più nel tema con lo Yoga, durante e dopo la lezione siamo in grado di sentire e percepire, come giustamente dice Ga. Grazie!!
Grazie a te Giusy…io e Paolo ce la mettiamo tutta 🙂