Insegno yoga da tanti anni e vorrei condividere una riflessione che mi è venuta di getto, su come conduco una pratica yoga.
Ogni volta che entro in sala, il mio primo gesto è osservare. Guardo i praticanti, cerco i loro sguardi, analizzo la postura, il modo in cui si relazionano allo spazio e al proprio corpo. In quel breve istante inizio a percepire le loro esigenze, fisiche ed emotive.
Porto con me un’idea di pratica, una direzione pensata a priori. Ma il più delle volte è la qualità della presenza in sala a guidare davvero la lezione. È la lettura del momento a prevalere sulla struttura, e questo approccio si è consolidato negli anni in modo del tutto naturale. È così che scelgo di condurre una pratica di Yoga: partendo dall’ascolto, non dall’imposizione di uno schema.
Il mio interesse si concentra sul dettaglio che abita l’Asana, non sulla forma dell’Asana in sé. Ogni risposta, ogni comprensione, nasce dal vissuto interno della posizione. Non è la linea estetica o la “perfezione” formale a determinare il valore della pratica, ma il contenuto percettivo, il significato esperienziale che emerge quando corpo, respiro e intenzione si incontrano.
Integrare elementi anatomici, fisiologici, emozionali e sottili all’interno di un’Asana – anche quando la forma esterna non corrisponde a quella codificata – è, a mio avviso, la sostanza stessa dello Yoga.
Ascoltare, percepire, comprendere e integrare sono i pilastri su cui costruisco ogni percorso. Credo fermamente che in questi processi risieda l’essenza autentica della pratica.
Mi considero fortunato a poter lavorare con un gruppo di praticanti che si affidano, che sentono, che accolgono ciò che propongo. Sono loro la mia forza, la mia ispirazione costante. È grazie a loro che posso permettermi di essere presente, attento, a volte anche esigente. Ma so che comprendono il perché. Per questo, la mia richiesta di rigore non viene percepita come imposizione, ma come orientamento. Una direzione chiara, una guida condivisa.