Meditate, gente, meditate

Gen 20, 2011 | Riflessioni

Questo post nasce dall’esigenza di dare delle risposte a domande che mi sono posto in questi anni di lavoro profondo sulle metodiche dello Yoga e sulla loro relazione con tutto il corpo.

I miei interrogativi nascono principalmente dall’esigenza di capire i motivi per cui lavorare con il proprio corpo seguendo le Asana Yoga porti a stare decisamente meglio.  A livello di sensazione, questo beneficio è inequivocabile ma non è abbastanza per metterne a fuoco le ragioni, perciò mi sono dedicato alla ricerca e all’approfondimento di cose molto antiche e spesso dimenticate, come tra l’altro lo Yoga che risale all’incirca al 500 Avanti Cristo!

Ascoltando le persone che fanno pratica insieme a me, leggendo articoli, ascoltando relazioni di medici e studi scientifici (che ho già pubblicato) mi sono dato una risposta emotiva e scientifica, lunga e articolata, che qui non riporto, ma che è possibile individuare leggendo gli articoli e gli studi pubblicati.

Ma ancora una volta volevo qualcosa di più.

Poi il caso ha voluto che leggendo un trafiletto di Facebook e su un blog del mio amico Matteo, nella mia mente è scattato qualcosa e, creando una serie di link fra le cose lette e studiate, ho messo insieme una risposta ai miei perché più precisa.

In questi anni di studi Osteopatici e posturali, la relazione tra il cervello e il potenziale evocato da esso sul nostro corpo è emersa in modo molto preponderante. La capacità del nostro sistema nervoso centrale di poter modificare le cose attraverso un semplice impulso cerebrale mi ha sempre lasciato stupito e piacevolmente sorpreso: il corpo può modificare strategicamente la sua forma in funzione alla necessità e tutto questo in modo autonomo.

Vi state chiedendo che relazione ci sia fra il titolo di questo post, preso in prestito da un noto slogan di Renzo Arbore, con quello che avete letto fini qui?

Il fatto è che il significato del titolo è la mia risposta: la MEDITAZIONE.

E qui potremmo aprire una moltitudine di interpretazioni di modi di pensare, filosofici e religiosi, ma non è mia intenzione.

Il concetto di meditazione a cui mi riferisco è semplicemente la capacità che è innata in ognuno di noi di saper mettere in relazione i due emisferi cerebrali, la parte emotiva, priorità del lato destro del cervello e la parte razionale, priorità del cervello sinistro. Il nostro cervello è un organo complesso, in cui risiedono tantissimi elementi che vivono in simbiosi, ognuno dei quali ha compiti specifici. Senza entrare troppo nel dettaglio, sappiamo che il cervello è l’organo preposto al controllo e alla coordinazione di tutte le funzioni vitali, contiene oltre 100 miliardi di cellule nervose, i neuroni, ognuna delle quali, attraverso le sinapsi, segnali di tipo elettrochimico, entrano in contatto con altre 100.000 cellule. Il numero di contatti nervosi che si stabiliscono all’interno del nostro cervello sono elevatissimi. Da un punto di vista funzionale è possibile riconoscere nel cervello umano la sovrapposizione di tre strati, preposti a differenti funzioni, apparsi progressivamente nella trasformazione evolutiva dei vertebrati:

  • Lo strato più antico, Archicortex,  simile a quello dei rettili, è specializzato nel controllo delle funzioni vitali quali la respirazione, il battito cardiaco, la vigilanza, la sopravvivenza.
  • Il cervello arcaico, Mesocortex, lo strato intermedio, regola, invece, il comportamento emotivo-motivazionale e i meccanismi di rinforzo psicologico, che rappresentano la base dell’apprendimento.
  • La corteccia celebrale, Neocortex, la parte evolutivamente più recente, integra e coordina il funzionamento di tutte le strutture nervose ed è la sede delle funzioni superiori come l’intelligenza razionale, i processi di memoria e l’attività linguistica.

Da queste cose possiamo intuire il grado di  complessità che ogni personalità umana contiene al suo interno, i differenti comportamenti dei vertebrati: dai più antichi, dominati dall’istintività e dall’emotività, ai più recenti, basati sui processi di ragionamento. La corteccia cerebrale, caratteristica del solo genere umano, si presenta suddivisa, come già detto, in due parti uguali e simmetriche: l’emisfero destro e l’emisfero sinistro. Tali metà, sebbene appaiano molto simili dal punto di vista anatomico, svolgono compiti tanto differenti quanto complementari. Funzionano secondo un sistema crociato: l’emisfero sinistro coordina la parte destra del corpo, mentre quello destro coordina e controlla la parte sinistra del corpo.  La connessione tra le due parti è assicurata dal corpo calloso, una formazione fibrosa, che permette alle informazioni sensoriali di raggiungere entrambi gli emisferi.

Studi sul cervello confermano poi la specializzazione emisferica: da vari esperimenti è risultato che l’emisfero destro elabora i dati in modo rapido, spaziale, non verbale, sintetico e globale. L’emisfero sinistro, al contrario, analizza i particolari, scandisce lo scorrere del tempo, programma, svolge funzioni verbali, di calcolo, lineari e simboliche.  Le differenti funzioni svolte dai due emisferi devono, ovviamente, integrarsi a vicenda, permettendo così di percepire ed elaborare la realtà nella sua completezza. Un soggetto che osserva un oggetto, ad esempio, può, grazie all’emisfero sinistro, riconoscere che tipo di oggetto sia e, grazie all’emisfero destro, percepire di trovarsi in un luogo specifico, tipo in una stanza. La nostra cultura occidentale, il sistema educativo e l’organizzazione del lavoro, tendono a prediligere l’impiego e lo sviluppo dell’emisfero sinistro, trascurando, il più delle volte, quello destro.  Gli esercizi più frequentemente posti ai ragazzi in fase evolutiva, infatti, rappresentano problemi a soluzione chiusa, che richiedono abilità di calcolo e ragionamento, coinvolgendo molto raramente l’intuizione e l’immaginazione, stimolando prevalentemente l’emisfero sinistro del cervello.

L’emisfero destro, invece, sembra rivestire un ruolo centrale nella genesi degli atti creativi: grazie all’impiego delle sue potenzialità riusciamo, infatti, a “rompere” gli abituali schemi di pensiero ed avventurarci in territori sconosciuti.  Non è corretto, tuttavia, pensare che l’emisfero destro costituisca l’esclusiva localizzazione della creatività: l’atto creativo, come più volte accennato, è un processo complesso, che richiede un’equilibrata interazione ed integrazione delle abilità peculiari di entrambe le parti del cervello. Quando ci impegniamo in un esercizio creativo, il nostro cervello cerca di seguire le connessioni già sperimentate, i percorsi conosciuti e più semplici, meno dispendiosi, che altre volte hanno permesso di raggiungere la soluzione. Grazie ad uno sforzo creativo o semplicemente dopo alcuni tentativi falliti, il cervello comincia ad allargare il campo d’azione, stabilendo sinapsi “marginali”, “divergenti”, riuscendo a creare percorsi cognitivi inesplorati.

Ma torniamo al trafiletto che ha fatto scattare in me questa ricerca, e di seguito a identificare la mia risposta. È in un passo tratto dal Simposio di Platone che mi ha portato a valorizzare il senso della “meditazione”:

A parlare ora, è Aristofane che enuncia uno dei più grandi miti della storia umana, quello dell’Androgino. Ma innanzitutto bisogna che conosciate la natura della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare. Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c’erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina, e un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l’ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina. Oggi non ci sono più persone di questo genere. Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i fianchi formavano un insieme molto arrotondato. Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell’unica testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come potete immaginare. Si muovevano camminando in posizione eretta, come noi, nel senso che volevano. E quando si mettevano a correre, facevano un po’ come gli acrobati che gettano in aria le gambe e fan le capriole: avendo otto arti su cui far leva, avanzavano rapidamente facendo la ruota. La ragione per cui c’erano tre generi è questa, che il maschio aveva la sua origine dal Sole, la femmina dalla Terra e il genere che aveva i caratteri d’entrambi dalla Luna, visto che la Luna ha i caratteri sia del Sole che della Terra. La loro forma e il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro genitori. Per questo finivano con l’essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi, tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi. Allora Zeus e gli altri dèi si domandarono quale decisione intraprendere. Dopo aver laboriosamente riflettuto, Zeus ebbe un’idea. “lo credo – disse – che abbiamo un mezzo per far sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo rinunci alla propria arroganza: dobbiamo  renderli più deboli. Adesso – disse – io taglierò ciascuno di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande. Detto questo, si mise a tagliare gli uomini in due, come si taglia un uovo con un filo. Quando ne aveva tagliato uno, chiedeva ad Apollo di voltargli il viso e la metà del collo dalla parte del taglio, in modo che gli uomini, avendo sempre sotto gli occhi la ferita che avevano dovuto subire, fossero più tranquilli, e gli chiedeva anche di guarire il resto. Apollo voltava allora il viso e, raccogliendo d’ogni parte la pelle verso quello che oggi chiamiamo ventre, come si fa con i cordoni delle borse, faceva un nodo al centro del ventre non lasciando che un’apertura – quella che adesso chiamiamo ombelico. Quanto alle pieghe che si formavano, il dio modellava con esattezza il petto con uno strumento simile a quello che usano i sellai per spianare le grinze del cuoio. Lasciava però qualche piega, soprattutto nella regione del ventre e dell’ombelico, come ricordo della punizione subìta. Quando dunque gli uomini  primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra. Si abbracciavano, si stringevano l’un l’altra, desiderando null’altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e di apatia, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l’altra. E quando una delle due metà moriva, e l’altra sopravviveva, quest’ultima ne cercava un’altra e le si stringeva addosso…..

Ndga (nota di gaetano)

Che cosa significano per me queste righe?

Mi dimostrano che le due metà sono alla continua ricerca l’una dell’altra, che questa ricerca essendo innata e inconsapevole, può, in questo caso attraverso la meditazione, essere attivata e stimolata nel suo intento.

Credo che la meditazione faciliti la continua relazione fra la parte emotiva e la parte razionale del nostro essere e che questa costante comunicazione ci porti a capire meglio noi stessi, a compiere scelte più in sintonia con il nostro modo di essere, assecondando meglio le nostre innate inclinazioni.

Seguire le Asana Yoga conduce naturalmente alla meditazione e permette ad ognuno di noi di trovare  il modo di tenere vive e in relazione fra loro le due parti del cervello, di essere più a contatto con se stessi, di tendere verso una piena consapevolezza. Quindi di “essere” al meglio.

6 Commenti

  1. Elisa

    Molto bello questo articolo, mi ha preso..
    Mi ha dato alcuni spunti su cui riflettere..o meglio…MEDITARE..
    Appena mi ritaglierò un attimo di calma…lo farò..
    Grazie Maestro

  2. gaetano

    Grazie a te Elisa!

    Namaste

  3. paolo

    Penso che ognuno di noi (chi più chi meno) sia in grado di avvertire sulla propria pelle, data l’educazione ricevuta e la cultura in cui viviamo, la preponderanza del “lato sinistro” descritta da Gaetano in questo Post.
    Chi è un po’ curioso sa che in altre culture, in particolare quelle orientali, l’educazione al “sentire” viene considerata di fondamentale importanza. Molto più che da noi, che da questo punto di vista siamo mediamente (a comiciare da me) degli analfabeti.
    Noi occidentali abbiamo sempre investito molto sul conflitto tra ragione ed emozione (lato sinistro-lato destro), non cogliendone la mutua compenetrazione, che fra l’altro solo oggi gli psicologi stanno cominciando a studiare (ad es. il ruolo cognitivo delle emozioni). Questo ci ha deprivato di una facoltà essenziale al ben vivere: il “sentire” se stessi e gli altri anche a livello emotivo oltre che razionale.
    Noi tendiamo ad incasellare tutto all’interno di rigidi schemi mentali logico-razionali, quando la realtà (a cominciare dal nostro corpo-mente) è terribilmente fluida ed impalpabile (i Koan zen ci insegnano proprio questo: l’umiltà della ragione: http://it.wikipedia.org/wiki/Koan. La consapevolezza si raggiunge non solo “conoscendo” ma anche “sentendo” (con tutto il corpo).
    Io senz’altro confermo quello che Gaetano dice in conclusione del suo post: le Asana fanno bene perché tendono ad accendere quell’armonia tra le nostre parti normalmente scisse. Sentire ciò che si conosce – conoscere ciò che si sente.

  4. cecilia

    sense and sensibility, ragione e sentimento…non penso che tutto si riduca a questo; Hume sosteneva che la ragione è un mezzo per raggiungere ciò che desideriamo, anche questo è riduttivo nel contesto di un pensiero filosofico più ampio, però stabilisce un nesso : agisco consapevolmente rispondendo ad un desiderio, ad una spinta emozionale che nasce dentro di me.
    La chiave è dentro di noi, non all’esterno. La nostra metà agognata, quella cosa che ci spinge ad una ricerca esasperante dell’altro, nell’altro, al di fuori di noi si può concretizzare in una parola: aequus-libra , giusto peso, equilibrio…
    bastare a stessi e cercare di conoscersi è un ottimo inizio per rivolgere lo sguardo agli altri. che ciò sia semplice per noi, abituati a sottomettere la sensitività alla ragione e viceversa, è un altro discorso.

  5. paolo

    Giustissimo il richiamo di Cecilia all’equilibrio…
    Jung parlava della salute psichica come di un equilibrio (perennemente dinamico ed instabile) tra gli opposti che ci costituiscono, in particolare quello tra introversione ed estroversione… Entrambi gli estremi ci portano sulla strada della perdita di noi stessi.

  6. gaetano

    Grazie Paolo e Cecilia dei vostri interventi.

    Negli anni, nella mie esperienze, nei miei conflitti ha spesso vinto la parte razionale, ma ora molto meno, cerco di essere qui e ora e di pensare in modo pieno; pieno è un lemma che mi piace molto, identifica un tutto che non sappiamo alle volte cogliere e che per non possiiblità o volontà non conosciamo.

    Il potenziale che abbiamo è davvero alto che alle volte ci spaventa e la paura positiva diventa subito negativa non dandoci modo di poter cogliere al meglio la realtà del sentire.

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